Visualizzazione post con etichetta malattia/guarigione di Lazzaro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta malattia/guarigione di Lazzaro. Mostra tutti i post

martedì 4 agosto 2009

Donchisciotte nella valle della luna



È un po’ di tempo che non scrivo, e l’altro giorno ci stavo pensando: gli ultimi post, per non dire tutti, parlano del mio passato amore. Pensavo non senza soddisfazione che le cose che ho scritto, benché riconoscibili come mie, sembrano parlare di un’altra vita, di un passato che –finalmente- è andato. Sono stato paziente o forse allo strenuo delle forze, comunque sia ho atteso che la tempesta di sentimenti del momento fosse passata, che non avesse il sopravvento. Come al solito questa forma di auto contenimento comporta un distacco spesso disumano dai miei stessi sentimenti, e dopo inevitabilmente qualche pezzo di storia si perde: ripensando all’ultimo anno ci sono un sacco di vuoti, eppure devo aver fatto un bel po’ di cose (dovrei dire un bel po’ di divertissement?). Ho accettato per quanto possibile lo stato delle cose cercando di non incolparmi troppo per la scarsa lucidità e padronanza degli eventi con cui ho condotto recentemente la mia vita. Sono stato anche tanto sfortunato, per la verità, e mi sono sentito tremendamente – fottutamente – solo.
Ma sono sopravvissuto, e questa banale constatazione mi rende stupidamente orgoglioso e contento. Metto da parte per un momento i pensieri su tutto ciò che mi manca e che vorrei, questa fame tormentosa che mi spinge a cercare sempre qualcos’altro e che spesso sembra non avere senso, oltre che essere causa di tensione e di frustrazione.
Ma nella valle incantata dove mi trovo adesso voglio piantare una pietra miliare, mettere un punto e guardarmi intorno per capire da dove ripartire.
Qui il paesaggio della Gallura prende forme monumentali, la valle è racchiusa da alte rocce granitiche che spesso prendono forme bizzarre e imponenti, come il disegno di un architetto neoromantico. È colonizzata dagli hyuppies, e si dice che nelle notti di luna piena sia illuminata a giorno. Io mi sono letteralmente arroccato sopra un castello di massi dove scorgo non una vita piena, ma uno scorcio, sia della valle dietro che del mare che sta davanti.
Arrampicandomi fin quassù ho visto i due turisti tedeschi di prima scopare in una poltrona rocciosa a pelo d’acqua, incastrata in un’insenatura seminascosta (speravano di non essere visti, o il contrario?). Qui, come nella mia mente, tutto è distante, meno che la Natura nella sua espressione più astratta e potente. Il mondo è le persone sono stati così separati da me, che pure mi sono lanciato nel bel mezzo, straniero in mezzo agli uomini, straniero prima ancora a me stesso.
E nonostante i buoni propositi sono stato nei miei confronti un nemico più che un amico. Credo che questo sia un risvolto tipico di quelli che come me prendono tutto come sfida e abusano (nel senso di usare male) dell’idea di doversi mettere sempre alla prova, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, per timore di sprofondare nell’inedia e nel disinteresse. In questo bisogna stare attenti – forse essere un po’ paraculi: se non sai per niente in che direzione andare, o se prendi a modello una situazione inaccessibile, la sconfitta è presto servita. Così forse si innesca un circolo vizioso che va dal mettersi alla prova alla frustrazione per la sconfitta – io mai così sconfitto come ora – passando per i più feroci biasimi.
Il fatto è che io sono anche un pervertito sognatore.
Voglio questo incanto, voglio questa luna che accende la valle, e voglio la bellezza di tutto questo riflessa in me. Dirò di più: voglio essere come la luna, bello per quanto sia distante, amante sdolcinato e crudele del mare che tu credi di tenere al guinzaglio e invece sei soltanto vinto dal suo magnetismo insonne, dal mistero di lei che è incapace di voltarsi indietro a guardare oltre le sue stesse spalle. Vivo forse di modelli affettati e insignificanti?
Sarà, ma non me la sento per adesso di smettere di inseguire i miei sogni, e d’altra parte non ne ho altri di riserva né altri più adeguati o convenienti. Qualche lettore sagace e disincantato – o forse la vocina ipocrita e prostituta della razionalità – potrebbe sarcasticamente domandarmi se ci sono, tanto per non farci mancare niente, dei mulini a vento contro i quali ho intenzione di combattere.
Non vorrei deluderli, ma sto ancora cercando di scovare il demone malefico che ha cercato di sottrarre la bella radiosità del meriggio estivo ai miei domani. Lo troverò, e quel giorno ne vedremo delle belle.

martedì 9 giugno 2009

Tu marcheras sur l'eau

[Cristo salva Pietro dalle acque - Mattieu Van Plattenberg]


"verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare"
Matteo 12,25

L'ennesimo postilla di questa storia sensa senso. Lo so che ingannevole è il cuore, più di qualunque altra cosa, più dei fumi dell'alcol, più dei curiosi solchi che spuntano sul mio viso. Ma la mia mano chirurgica vacilla. Non di fronte alla sua richiesta di-per-sè; so cosa preferisco fare in questi casi, e lo faccio: gli ho negato l'incontro che mi ha chiesto. A che pro?
L'effetto è stato corroborante: mi sono sentito di nuovo un fighter.
M. sostiene che questa conferma - che non si era dimenticato di me, che aveva ancora qualche cosa da voler condividere - abbia ridato una sferzata alla mia autostima. Sarà vero, eppure io sto ancora qui, a chiedermi come abbia potuto lasciar cadere quella cortina di silenzio e di inganno, come abbia potuto lasciarmi realmente solo, di fronte allo stupore di una separazione decisa per istinto di sopravvivenza.
I più tendono a giustificarlo: l'ho lasciato io, perchè mai avrebbe dovuto osservare un comportamento corretto? perchè mai dovrebbe assumersi le proprie responsabilità? Sul finire delle relazioni, certe cose sono quanto meno comprensibili...

Intanto io rimango in uno stato di limbo, su quest'eremo dalla vista magnifica, nell'abbazia esposta all'aria tersa e rarefatta dell'altura, proprio nel momento in cui il primo bagliore dell'alba, venuto da chissà quanto lontano, l'invade e seduce. Stato di speranza, dove tutto è potenzialità immaginata. La vita, però, è da un'altra parte, e magari non sta tanto lì ad aspettarmi. Inutile ingannarmi, questa posizione mi piace. Tutto preso da me, non provo altro che il mio dolore: sono attore e spettatore. Mi masturbo con la conta delle cose che mi mancano, gioco con la seduzione del lacrimone innocente del bimbo incolpevole. Dovrei soltanto trovare le energie per muovere i primi passi verso l'esterno, verso l'altro.

"ma tira giù quel velo, il velo, il velo" [ Un regalo di compleanno - Sylvia Plath]

E voglio che il mio posto in questo mondo non sia sempre e solo autoreferenziale. Voglio scendere dal monte e ritornare nel ciclo del samsara. E voglio diventare più intelligente.
Leggo di Lui, un uomo che ha fatto miracoli, e mi rendo conto che l'ultima cosa al mondo che so fare è perdonare. Ecco un'altra traccia da seguire, col mio naso di cane da tartufo.
Mi immagino quel giorno: io che mi alzo una mattina, fuori un lago che non fa più paura. Discendere il pendio in un istante inconsapevole, fermarmi un attimo a guardare la riva. Capire che il passato non è una catena, ma una scala di Escher dalle infinite vie di fuga.
E quel giorno anch'io camminerò sull'acqua.



mercoledì 13 maggio 2009

Il tuo regno per una foto


"Oh, caro dolce roseo irraggiungibile desiderio... la mia unica rosa stasera, è il dono della mia nudità" (Allen Ginzberg)

Se la mia penna avesse l'essenza magica della polvere fenice, perchè stasera ho voglia, Signori e Signore, di fare pubblica esibizione e sfoggio dei miei contorcimenti emotivi.
Se riuscissi a dare alle parole toni forti come urlo di grancassa, se potessero arrivare a Voi come il frastuono di una banda.
Invece sono, per inettitudine più che altro, delicato e oscuro come un Haiku giapponese.
Anche così, non faccio che girarci intorno: la verità è che non conosco ciò di cui sto parlando. Le emozioni affondano le proprie radici nel più profondo inconsio, ma ciò che mi scuote visibilmente sono solo i rami più distali di quell'albero che ondeggia al vento.
Se solo avessi più fantasia, più energia, per combinare le lettere dell'alfabeto, e invetare parole e frasi per parlare di esse.
Ma stasera ho voglia, tanta voglia. Di mantenere fede ad una promessa che ho fatto a me stesso mesi, forse anni fa. Di ritrovare le forze, perchè è il momento, e dismettere i panni mesti e stretti che mi sono lasciato indosso ultimamente.
Ancora tu, arcigna e sadica immaginetta, mi vuoi morto. Mi vuoi pegno per la tua vanità.
Vuoi quelle foto, perchè c'eravamo tanto amati. Quelle foto maledette in cui mi vedo bello e giovane, come già non lo ero al tempo in cui me le hai scattate. Vuoi ricordarmi che se il mio corpo nudo risplende in esse di luce di stella, è perchè tu me le hai scattate con amore. E' perchè tu mi vedevi così. Ma al tuo amore non credo, fottuto manichino.

mercoledì 29 aprile 2009

Sensi di colpa

Questa primavera stenta ad arrivare, fa capolino a sprazzi tra sciarpette e cardigan di lana.
Eppure già mi muore nelle vene.
Ancora tu, fantasma che mai si placa, mi ricordi le infinite carezze che ho taciuto.
Mi ricordi di lui, e di un broncio nubico che faceva le mie antenne pazze di frequenze.
Con quest'anello lo sposi. Con quest'anello lo uccidi. Dovresti saperlo.
Ancora tu, fiammella tenue come acquerello, mi lasci intravedere le sbarre di quella gabbia che era il suo pianto.
Di nuovo tu, promessa di struggenti baci, di interminabili baci, mi colpisci e fuggi, lasciandomi soltanto presente a questo dolore.


Mi lasci inerme sotto la scure dei sensi di colpa.

giovedì 23 aprile 2009

Il bacio della concordia

Vetrate artistiche : IKO - il bacio


Stasera sono proprio la versione porno di una debuttante viennese. La voglia mi consuma e, sì, ho bisogno di un contatto fisico, e che sia totale. Ho voglia di perdermi, in qualunque cosa ci sia, ho urgenza di fondermi in un tutt'uno con la mia lussuria. Già! niente di meglio della lussuria per perdersi. Altre mete, chiamiamole più esotiche - l'amore, la mente di un altro, i viaggi di scoperta negli infiniti universi paralleli- sono belle, ma siamo realisti: al momento poco fattibili.
Stasera debutto nel mondo del menage, sono teso come una corda di violino: so che non sarò all'altezza delle mie migliori prestazioni, quelle per cui spesso dichiaro scherzosamente di volermi dare un cachet. Non appena arrivo a casa loro, Al. dice al fidanzato, che stava cominciando subito ad armeggiare con il suo uccello, di andare piano perchè è la prima volta per me e sono nervoso.
Al mi ha avvertito: noi non baciamo, spero tu non lo abbia a male.
E chi fiata, ho tutto da imparare stasera. Però fin tanto che la mia e la sua lingua non si incontrano sul cazzo del suo ragazzo l'eccitazione non arriva. A quel punto capisce subito e di lì a poco chiede a me e al ragazzo di baciarci. Quest'ultimo mi chiede persino se mi dia fastidio!
E pensare che spesso, per atteggiarmi a figo della situazione, ho negato al partner di turno la possibilità di baciarmi. E' stata in questa occasione, in un certo senso di privazione, che ho smaniato per avere un suo bacio. Quando è arrivato, col sorriso di entrambi i fidanzatini sulle rispettive labbra, mi sono sentito felice e disteso come se avessi afferrato la coppa della vittoria dopo una corsa di resistenza. Allo stesso tempo però ho provato anche un pò di disagio: forse avevano ragione a non voler baciare i loro "terzi", come linea politica in generale, perchè il bacio può essere davvero il massimo della gioia e dell'intimità. Quel negare e poi concedere significano la mia esclusione dal rapporto. Ma questo che c'entra con il sesso? Forse c'entra. Non sono un ragazzo che vuole raccontarsi nè farsi raccontare bugie: è sesso senza amore, quindi potremmo tranquillamente risparmiarci di far finta di volerci bene. Però certe cose come il baciare, l' accarezzare o chiedere dolcemente se piace quello che si sta facendo, mi fanno sentire a mio agio e quindi più libero. Nonostante abbia fatto tante volte il sesso per puro piacere "carnale", evidentemente lo vivo in parte come qualcosa di intimamente connesso a significati più profondi e condivisi con l'altro, quasi come fosse il simulacro di questi; insomma mi porto ancora addosso l'idea del sesso come coronamento di un rapporto d'amore. Altrimenti, data la situazione franca e le persone davvero carine, certe "mancanze" mi sarebbero state del tutto indifferenti. Certo stavolta mi son dovuto confrontare con una situazione ben diversa da quelle che abitualmente mi cerco: stasera non ero il dio, non ero al centro delle attenzioni, il mio piacere non era l'unico scopo di chi mi stava di fronte. Amen e ad maiora semper.

lunedì 20 aprile 2009

Approcci fallimentari/desideri indesiderabili

Lo so, lo so. Sto lì seduto, le braccia conserte. E sono tanto prentenzioso. Sembro dire "dai, muoviti, dimostrami che ti piaccio, che poi ti faccio vedere io... ti invento un mondo nuovo di zecca, su misura, che ti calza addosso a pennello". Ne sarei capace, e mi piace pensare che magari lo hai pure intuito. Ma che brutto atteggiamento, il mio. Penso non dipenda da me, io ne provo praticamente ribrezzo! Saranno schemi comprtamentali distorti, vizi acquisiti negli anni dell'adolescenza nel paese. Si, sono proprio atteggiamenti da femminella di paese. Mi sono del tutto scordato di sorridere, sono tutto preso da questa farsa, e sto dando il peggio di me. Vedi tu in che guai mi vado a cacciare quando mi sento poco self confident. Sto sotto io, e non sai quanto sto rosicando. Però mi divertirebbe sapere che impressione ti ho fatto, e poi prendere e confrontarla con quella di un altro che mi ha conosciuto in un momento diverso. Quando, per lo più per caso, mi è capitato di avere questo genere di riscontri, ne sono uscite fuori versioni del tutto inconciliabili tra loro. E' la gente che tende a categorizzare o io sono del tutto scisso? Questa mia, chiamiamola così, poliedricità da un lato mi spaventa e mi atterrisce, dall'altro mi piace, è la mia risorsa. Una matriosca di contraddizioni, la mia coscienza. Cocci sparsi in cerca di collante (e trovarlo spetta solo a me, ma questo è un altro discorso). Però vorrei incontrare qualcuno che mi rendesse le infinite possibilità di essere, oppure, se non quelle infinite, quelle quattro o cinque che potrebbero bastarmi per non soffocare.
Nel frattempo, ripensandoci, è vero che sto aspettando che tu mi faccia capire che ti piaccio (e tanto, s'intende), solo mi vergogno di me, che in questa condizione resto del tutto passivo e inibito.

venerdì 3 aprile 2009

mirror, hangin'on the wall

Non sono tutte rughe d'espressione. Ma almeno saranno associate ad un'acquisizione di saggezza, mi domando, o sono davvero, per dirla con le parole del mio amico Nino, solchi infertili? In questo momento proprio non riesco ad amare anche le mie rughe. Lazzaro egodistonico.
La vanità sarà pure deplorevole- se non altro per me in qualche modo lo è- però davvero mi sento costernato nel vedere i segni del tempo, del fotodanneggiamento, probabilmente dello stress, disegnare sulla mia faccia l'ombra di una ingiusta e fetente vecchiaia. Me ne frego delle teorie psicogeniche del narcisismo e dell'insicurezza, non sono disposto a tollerare lo sfiorire del mio viso, e in questo mi sento pure tragicamente eroico. E' un qualcosa di fondamentale importanza per me, nel bene o nel male che sia.
Per adesso metto mano al mio ricchissimo beauty case. Estraggo le creme più costose. Ma lo sapevate che non esiste una crema antirughe?

martedì 31 marzo 2009

PRL

Da qualche settimana è cominciato il PRL: Piano di Rivalutazione di Lazzaro. Come si fa con i quartieri degradati: ci si mette qualche negozietto carino, si aggiustano i lampioni e le strade, e si piantano due cespugli.
Il programma prevede un'agenda fittissima di impegni, in pieno stile lazzaresco: palestra, studio, fotografia, teatro, social life, e tutti gli altri interessi che mi interessano. Peccato che così certe passioni si svuotino della loro squisita connotazione ludica e della precipua connessione al piacere, diventando praticamente degli doveri, ottimi se vuoi sentirti frustrato quando non puoi assolverli. Ma io sono un tipo che crede nell'impegno e nell'investimento razionale delle energie. Al momento l'effetto non è dei più piacevoli, un pò come i primi periodi della psicoanalisi: la mia autostima ha raggiunto il minimo storico. Mi sento oggettivamente brutto, impacciato nelle relazioni con gli altri esseri umani, praticamente un soggettone, e soprattutto invecchiato.
Ora come ora mi basterebbe che qualcuno rispondesse alla mia affermazione "sono diventato vecchio" con : "allora devo essere cieco: non me n'ero accorto". Come in una storia di "Coppie", l'ultimo libro di Sciltian Gastaldi, che sto leggendo adesso.

domenica 8 marzo 2009

Fino a poco fa, c'era un ranocchio a guardarmi ogni volta che scrivevo al computer, in camera mia. Questa relativamente nuova camera in "flat sharing", che presto abbandonerò, per trovare una sistemazione per altri versi più funzionale alle esigenze. Questa nuova casa aveva, però, una cosa sicuramente positiva. Non aveva visto me e lui ancora insieme. L'ultimo baluardo era il ranocchio di canapa, che gli avevo comprato da un ambulante a Campo de Fiori, una delle prime volte che uscivamo per Roma, quasi un anno fa, appena trasferitomi. Per il resto ho provveduto non appena ho cambiato casa, a ottobre, a disfarmi di tutte, o quasi, le sue cose. Avevo conservato solo questo grazioso oggettino, come simbolo di speranza, speranza di ritrovare in me le motivazioni necessarie per ricominciare, con lui. Speranza trovare in lui ancora una volta una promessa di felicità.
Oggi ripensavo ad alcune storie, o storielle, passate. Quante volte ho potuto trovare in esse una fattiva e consapevole promessa di felicità? Mai. Oramai quando comincio una nuova frequentazione, i miei amici chiosano immediatamente "un altro cuore infranto...". E pare abbiano ragione. I più sfacciati azzardano che a me piace così, mi piace che gli altri soffrano per me. Che fa bene al mio ego. E sia!, fa bene al mio ego, eccome. Eppure questo che c'entra con la totale inadeguatezza delle persone che, fino ad oggi, ho incontrato e poi frequentato? Oramai è la mia personale ossessione: un mazzo di fiori, un regalo inatteso, o due mani vuote a significare riempiamocele a vicenda, qualsiasi cosa in cui possa leggere "ti prometto che saremo felici". Per promettere una cosa del genere, bisogna sapersi capaci di guardare ed accettare l'altro per quello che è, senza dargli attributi falsi. Di certo sono stati tutti inadeguati rispetto a questa aspettativa. Per il resto, temo di non riuscire a guardare nient'altro in un uomo, al momento.
Molto dipende anche da me, lo so. Sono un insicuro. Provo sconforto nel sentire da Boston "ti amo", dopo neanche due settimane di conoscenza. Ma questo sconforto, in fondo, riflette il disagio di sapere che anche io potrei, in barba a tutte le mie paranoie sulle "proiezioni proditorie" che sono nemiche della conoscenza profonda, e sono il prologo dell'incarceramento nei ruoli, dire "ti amo" preso dalla smania dello stare bene con qualcuno. La verità è che mi trattengo. Anche dopo tre anni di relazione certi muri non vanno giù.
Sta di fatto che da stasera il caro ranocchio non è più. I brandelli di lui giacciono mesti nel secchio della munnezza. Era il simbolo di quelle serate in cui si apriva un lago di tranquillità, che conteneva dentro il seme della tempesta. Lazzaro fa il bravo marito e l'amorevole amante premuroso, mentre dentro bestemmia per una mancata promessa. Certe situazioni non le posso controllare, e questo mi fa star male.

mercoledì 25 febbraio 2009

Ecco che mi mandi un messaggio, una dozzina di giorni fa, alle tre e mezza di notte. Io non vorrei, non vorrei proprio, giuro, turbarmi. Da quando sono diventato così bravo a dilazionare e ritardare il dolore? Alzarmi per leggere, poi cancellare il messaggio con un gesto di disappunto, con la mano che dice "vaffanculo". Il numero di telefono è stato già cancellato, onde evitare tentazioni funeste. Sei l'ultima persona al mondo con la quale vorrei stare, anche solo per parlare. Soprattutto per parlare.
Eppure ti cerco. Ti cerco con la bocca.
L'idea , l'astrazione, il fantasma di te. Quello che sia. Ti cerco.
Sono fuggito. Una lunga corsa a perdifiato, con uno scatto esplosivo delle gambe, pur di mettere una distanza tra di noi. Ripensamenti, certo, ce ne sono stati tanti. L'idea di ritrovarmi con te mi nausea da morire. E sono pieno di disgusto per quello che sei, perchè hai avuto la capacità di annullare ogni senso di noi.
Tu continui a funestare i miei pensieri, e con essi tutto me stesso. All'improvviso mi sento sprofondare in un pozzo di angoscia, e subito mi appare alla mente una qualche immagine grottesca di fantasma. E' questa l'aura della crisi epilettica che è il pensiero di te.
Eppure, in questo immenso totem di spazzatura fetida che rappresenti, io vado cercando ancora un profumo, o qualsiasi altra cosa a te collegata che possa restituirmi un sorriso. L'unico nome che riesco a dare a tutto questo è speranza. Penso che non potrei vivere più senza la speranza di trovare qualcosa di buono in te.
Così cerco sul rullo sbiadito della mia memoria recente. Magari una foto di noi, che come un rosario ardente mi scaldasse le mani, nella stanza al tungsteno della mia anima.

martedì 17 febbraio 2009

E io verrò un giorno là

Come può un uomo uccidere con il suo Amore
E pensare di consolarsi… perché è stato un errore…
Io son qua, e ti sento, sento ancora che ci sei!
Ma è troppo stanca quest’illusione
Di ciò che ho perso e che vorrei…
La mia ferita… che cos’è, aiutami a guarire!
Proprio tu, che sei la luce, ma anche l’ombra del dolore
Dentro me…
E io verrò un giorno là,
ci daremo la mano e poi mai più ti lascerò,
voleremo davvero!
E resta qua, vicino a me, non lasciarmi mai sola,
ho paura che senza tenon vivrò mai davvero… Mai!!!
Com’è successo, che proprio io,
abbia spento il tuo sorriso!
Nel silenzio di una colpa
Che non riesco a perdonare…
L’immenso vuoto che hai lasciato,
il mio corpo non può colmare,
perché l’eterno è così grande
che nulla può contenere dentro me…
Ma io verrò un giorno là,
ci daremo la mano e poi mai più ti perderò,
ci saremo davvero!
E resta qua, vicino a me, non lasciarmi mai sola,
ho paura che senza te non vivrò più davvero… Mai!!!
E io verrò un giorno là, ci daremo la mano.
E poi mai più ti perderò, ci ameremo davvero!
E resta qua, stringiti a me, non lasciarmi mai sola,
ho paura che senza te, non vivrò mai davvero… Mai!!!


Ancora mi stupisco ogni volta che ritrovo nelle scelte artistiche (e pure mediatiche, diciamolo) di Patty Pravo la stessa fascinazione che in un pomeriggio d'estate mi tenne per ore ad ascoltare col walkman "il mercato dei fiori" e "grand hotel".
Io ero appena adolescente e mio fratello mi donava gli ennesimi gesti di complicità, prima di partire, stavolta per davvero, per una nuova vita. Lontano da casa, e da me.
In macchina - mi accompagnava agli allenamenti - mi fece ascoltare una cassetta ("senti, questa è bella musica!"), e con la mano seguiva ed enfatizzava gli acuti, già di per sè patetizzati da lei... "amore vuoi..."

Giò Giò, io adesso parto, ma per il tempo che trascorriamo lontani ricordati una cosa: quando incontri qualcuno che vuole fare lo stronzo, devi buttare le mani.
Sputa in faccia a tutti, e non avere timore di essere inelegante - tu sei talmente elegante.
Quando qualcuno ti vuole prevaricare, quando ti vogliono solo svilire e offendere, devi scassare tutto, come una furia.

venerdì 6 febbraio 2009

guardami

Due settimane fa ho conosciuto un ragazzo. Ero in un locale di Napoli con i miei amici, e mi era venuta la "pazza idea" di proporre a Max un menage a trois. Si sarebbe trattto, probabilmente, solo di un approccio superficiale alla cosa, non credo che lui sarebbe stato veramente disposto ad andare oltre. Così ho individuato la preda - e che brutta parola preda! - e in pochi minuti l'ho agganciata. Il ragazzo ha fatto capire subito che non gradiva la presenza del terzo, il gioco lo aveva divertito, ma voleva passare al dunque. Io e lui.
Presentandolo più tardi ai ragazzi si sarebbe guadagnato il soprannome "Boston", in riferimento ad un mio vaneggiamento dello stesso pomeriggio di sabato, sul fatto che ero stufo di questa rozzezza italiana, e avrei voluto trasferirmi a Boston, città notoriamente tra le più europee ed eleganti d'America.
Diciamolo subito: Boston bisticcia con l'italiano. Però gli ho detto del soprannome e sabato scorso, che era venuto a trovarmi a Roma, in un ristorante di Trastevere ha lasciato sulla tovaglietta di carta una dedica a noi due, indicando come sua provenienza Boston. Che delizia il dono dell'autoironia.

omnia munda mundi

Abbiamo passato un week end a camminare per il centro storico mano nella mano, a mangiare caldarroste a piazza Navona, a baciarci. Spiegarli le opere d'arte sulla strada, fare l'amore davanti allo specchio di camera mia, azzardare improbabili strusci nei bagni di ogni caffè. Domani tornerà da me, col treno.
Oggi guardo questo ragazzo che vuole danzare nella mia vita come il sughero abbandonato alla corrente, sfoltire il superfluo come si spazzano via le foglie cadute nel vialetto di casa. Ha fiducia in me, una fiducia a priori. Spetta a tutti, ed è rinforzata dalle sensazioni condivise, dice. Io sono sorpreso, ma nient'affatto sospettoso. Continuo la mia vita, vado in un teatro pieno di gay, esco con amici. Lui non chiede neanche chi sono ma solo se sono stato bene. E' visibilmente contento.
E, guarda un pò, stranezze della mente - l'ho conosciuto nel posto più squallido, l'ho abbordato nel modo più triviale - Lazzaro distoglie per un attimo lo sguardo dalle ferite: io divento un uomo migliore. Non mi sento migliore, lo sono. Facile, come essere sé stessi.

Aspettative, le chiamerei. Lazzaro è seduto in terra, la schiena appoggiata al muro - giurerei che l'intonaco è corrotto come un affresco etrusco. Non sono lì per riposarmi un attimo, nè per piangermi addosso. E' che le gambe proprio non mi reggono in ortostasi.
E sono un esibizionista: questa posa innaturale, questo punto di vista storto, stanno dicendo "guardami". Sto gridando guardami, e avvicinati. Non toccarmi, solo vieni vicino. Osserva la cosmogonia in miniatura che è scritta sulla mia pelle, alla distanza giusta perchè siamo solo io e te, intimi e drasticamente separati. Se ci fosse una domanda, la risposta sarebbe il mio corpo e la semeiotica di esso.
Il mio corpo non è la prima, bensì l'ultima frontiera. Il punto di approdo di un'euristica folle e sprezzante.
Se il tuo sguardo si soffermerà sulle ferite che bruciano di più, coglierò un indizio nei tuoi occhi. Un'affermazione folle, del tipo: "i frammenti vanno ricomposti nella separatezza".
E spiccherò il volo - nonostante le ossa rotte - per sfangare questo destino pestifero, credendo di aver letto nei tuoi occhi sapienti l'imperativo alzati e cammina.

lunedì 12 gennaio 2009

La tua anima

Facile disdire tutti gli appuntamenti. Sono bravo in questo.
Ma ieri avevo bisogno di girare in centro da solo, volevo recarmi in alcuni posti di Roma che avevo incontrato durante la lettura degli ultimi due romanzi. Uno di questi, forse poi ne parlerò, mi ha letteralmente straziato. Entrambi parlano di perdita e distacco, e di quanto sia gravoso e opprimente il dolore di stare lontano dal corpo della persona amata, o magari del solo fatto di non avere più una persona nella propria vita. Prima c'è, poi no. Magari anche per scelta. Questa onnipresente scelta che sembra dare al tutto una veste di razionalità, è una parola che esce dalla mia testa e rimbomba sui muri per poi tornare a colpirla, la testa.
Il peso di questa mia scelta e le conseguenze che ha avuto mi sono piombati addosso proprio nel momento in cui ho realizzato di non avere più A. nella mia vita. Non fisicamente. Non il corpo.
Il suo fantasma resta sempre dov'è, logorroico.
"Un erpice che scava nelle cose" dice Alda Merini, o come nel pluri-raccontato-in-famiglia scherzo telefonico di mia zia ispirato a Tina Pica: "ahhg i torcinelli.... i torcinelli.. lo sai che sono? sono quelle cose che girano, girano e ti vanno in culo. Stronzo!"
Mi sto chiedendo da un pò cosa ci sta tra un corpo che puoi toccare e che parla, e un fantasma che parla e a volte pare ti sfiori. Quel qualcosa che avverti esserci, che è altro da te, come il corpo che ti viene dato per una volta o per sempre, ma va al di là di esso. Quella cosa a cui rimandano le parole, e che è infinitamente più sostanziale di esse.
E siccome non sono tra quelli che pensano che tutto il mondo sia una proiezione della propria mente, soprattutto a causa dei sensi che sono limitati e fallaci, devo concludere che ci sia l'anima, di mezzo.
Intanto che incanto passeggiare per Roma non appena è calato il sole. Vorrei leccare queste strade palmo a palmo. E vorrei eiaculare sopra i muretti e sotto l'arco dei portoni.
Sulla scia di questa sensazione arrivo in via di Santa Maria dell'Anima, per vedere dove, forse per pura invenzione, si sono baciati anni fa i due amanti raccontati da Aciman. Lui dice che quel bacio resterà per sempre in quel posto. Sarà dietro l'ambasciata brasiliana? O davanti alla casa con l'edera, ammesso che ci stava pure venti anni fa? Vorrei scrivergli una mail per chiedergli, magari in una maniera meno delirante di questa, se lui ha trovato un senso. Che non è certo un misero pensiero mai condiviso con cui termina il romanzo. Spero di non aver capito un cazzo, allora.
Per un attimo penso che è uno scristo stare da soli a Roma. Ma poco dopo cedo alla tentazione di tornarmene nel mio buen retiro, dove sono Demiurgo con quattro soldi.
Così m'imbatto nella chiesa di Santa Maria dell'Anima, con questa curiosa iscrizione sotto il timpano.
Speciosa facta es. In seconda persona, secca. Rivolta direttamente alla madonna. Mi chiedo se l'irriverente autore sia stato il Sansovino, che ha realizzato la facciata, o il committente.
Tu sei cose straordinarie. Tu si na cosa grande pe' mme.
Più tardi su internet avrei scoperto che si tratta dell'antifona di un mottetto medievale, non so se appartenga originariamente ad un salmo o ad una scrittura.
Speciosa facta es, et suavis in deliciis tuis.
L'ho associata così al Magnificat anima mea, il cantico del vangelo di Luca con cui la madonna ringrazia Dio per aver dato al suo popolo libertà e il suo figlio nascituro. Il cantico merita una menzione, tanta ne è la bellezza...
"L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote."

Eleva la mia anima, amore. Forse non hai neanche bisogno di conoscerla, come invece ti ho sempre chiesto di fare.
Come non pensare alla Madonna del Magnificat di Botticelli, davanti alla quale A. ebbe una mezza sindrome di Stendhal, con quell'intreccio di mani e quella prospettiva spirale? Un vortice, stavolta, che scava nelle cose. Eppure il significato religioso è del tutto assente. Solo forma.
"Dammi tu la chiave di volta che dà forma alla sostanza e sostanza alla forma" scrivevo una volta in uno di quei deliri scolastici che sono le mie poesie. Accozzaglie di parole che si muovono su binari iperclassici. Che odio talmente e di cui sono così geloso, che le brucio, per non cedere alla tentazione di peggiorarle con il mio piglio pefezionista.
Lo avevo divinizzato. E dopo lui aveva divinizzato me. Poi dell'anima ce ne saremmo scordati, forse per questo sono caduto. Sono forse un idolatra?
Alle undici di sera sono tornato tra gli esseri umani, forse più per autoconvincimento, e sono andato a ballare con amici. Avevo voglia di scopare. Così visto che non ho trovato compagnia adatta, tornato a casa ho fatto un giro tra internet e rubrica e dopo neanche mezz'ora un ragazzo che abita qui vicino me lo stava succhiando alle sette del mattino.
Ero quasi sospeso tra veglia e sonno, quando per un momento ho sentito il desiderio fortissimo di assaggiare il mio sperma. Ho provato quasi invidia per lui, che con estrema facilità avrebbe potuto deglutirlo senza neanche farsi uscire il cazzo dalla bocca.
Probabilmente la sede della mia anima è il cazzo. Eleva la mia anima, cioè succhiami bene il cazzo, e io eleverò la tua. Scherzo.
Va bene che sono in una fase narcisistica, forse di recupero o riflessione o regressione, ma ho voglia di toccare un'altra anima, quello che il corpo e le parole non bastano a spiegare, e che le azioni e i ricordi non servono a comprendere.

lunedì 5 gennaio 2009

fenomenologia di un distacco

Uno dei tanti. Ma perchè adesso sento di odiarti, oltrechè amarti?

Oggi sono andato al cimitero per salutare mia nonna. Il 12 di questo mese ricorre un anno dalla sua morte. Questo gennaio mi ha regalato un pomeriggio dalla luce soffusa ma a tratti tagliente sulle lapidi, un arancione con dei riflessi rosati. Il bello di essere daltonici è potersi inventare una fisiognomica dei colori tutta propria, senza che nessuno possa contestarti appigliandosi a dettagli intercondivisibili. Che tempo stupido questo, in cui tutti danno giudizi, in cui tutti vogliono proiettare le proprie assurde aspettative di perfezione sulle sventure altrui. Che chiacchiericcio confuso e stolido, ma cazzo nessuno sta zitto, neanche io mio malgrado.
Invece oggi nella cappella di famiglia regnava un silenzio perfetto. Io cercavo di parlare al fantasma di una donna che mi ha tanto amato, con pazienza e abnegazione, ed accarezzavo la sua foto, e volevo essere dolce. Con il tuo fantasma ci parlo da qualche mese, da quando ti ho lasciato per necessità, ma ci faccio a cazzotti, gli impreco contro e lo mando all'inferno dopo dieci minuti di conversazione.
Lui mi parla con la concitazione che ti è tipica, con i tuoi tic, e avanza le tue solite recriminazioni. Mi dice che sono inadeguato al ruolo di Superman che più di tre anni fa ho promesso di svolgere per te. Ma è tutto ciò che ho di te, perchè quando alzo gli occhi al cielo, un gesto simbolico che significa che mi sento perso e che ho un disperante bisogno di verificare che qualcuno mi segua e mi protegga, l'assenza di te è il rumore cosmico che mi assorda. Perchè non sei stato mai un compagno. Eppure hai continuato a promettermelo fino a poche settimane fa. Anche quando mi ostinavo a dire che non sentivo che fosse avvenuto nessun cambiamento favorevole, che avrei pure voluto, ma non c'erano ancora le condizioni per tornare insieme, e tu intanto lavoravi per sostituirmi...
Poco male davvero, nello spazio siderale di questo buco nero che mi avvolge la tua immagine resta sbiadita, come è sempre stata nei momenti difficili, mentre il graffio che mi hai lasciato sulla pelle brucia da morire.
Ti odio e ti amo. Ti ho lasciato senza concedermi neanche il dono della sofferenza.
Oggi storie di fantasmi. E sentimenti che schizofrenicamente convivono nella stessa testa. Si tratta di necessità e adattamento. E' la follia che cura la follia, come da precetto omeopatico.
Perchè come si può accettare davvero la perdita, la separazione, l'assenza?

Tu e mia nonna mi avete di certo preparato: tu con la tua inguaribile inettitudine, lei con quel lungo decadimento mentale e fisico.
Oggi in cappella cercavo di sussurrarle a mezza voce quanto mi mancava e come mi sentissi adesso. Ho provato anche a recitare un padrenostro ed un avemaria. Roba da far cadere giù la cappella con tutti i gesucristi in croce, eppure di una folle sincerità, fosse anche solo per porgere il mio omaggio a quella donna di fede che sapeva solo dare il bene e il male che aveva in sè.
Ad un certo punto di ciascuna delle due preghiere mi sono interrotto perchè non ricordavo le parole.

Poi silenzio. Uno sguardo attonito. E il silenzio dapprima amico è diventato asfissiante, vuoto com'era delle mie parole mancanti.
E adesso ogni molecola del mio corpo è pervasa dal furore di scrivere. Scrivere per capire, scrivere per trovare l'alfabeto dei miei sentimenti con cui finalmente comporre le mie poesie.
Per trovare parole da alternare al silenzio, quando il silenzio pone delle domande. Che esigono risposte. E se non gliele dai smette di esserti amico, questo fottuto silenzio.
Adesso comincio a fare a cazzotti anche con lui.