Fino a poco fa, c'era un ranocchio a guardarmi ogni volta che scrivevo al computer, in camera mia. Questa relativamente nuova camera in "flat sharing", che presto abbandonerò, per trovare una sistemazione per altri versi più funzionale alle esigenze. Questa nuova casa aveva, però, una cosa sicuramente positiva. Non aveva visto me e lui ancora insieme. L'ultimo baluardo era il ranocchio di canapa, che gli avevo comprato da un ambulante a Campo de Fiori, una delle prime volte che uscivamo per Roma, quasi un anno fa, appena trasferitomi. Per il resto ho provveduto non appena ho cambiato casa, a ottobre, a disfarmi di tutte, o quasi, le sue cose. Avevo conservato solo questo grazioso oggettino, come simbolo di speranza, speranza di ritrovare in me le motivazioni necessarie per ricominciare, con lui. Speranza trovare in lui ancora una volta una promessa di felicità.
Oggi ripensavo ad alcune storie, o storielle, passate. Quante volte ho potuto trovare in esse una fattiva e consapevole promessa di felicità? Mai. Oramai quando comincio una nuova frequentazione, i miei amici chiosano immediatamente "un altro cuore infranto...". E pare abbiano ragione. I più sfacciati azzardano che a me piace così, mi piace che gli altri soffrano per me. Che fa bene al mio ego. E sia!, fa bene al mio ego, eccome. Eppure questo che c'entra con la totale inadeguatezza delle persone che, fino ad oggi, ho incontrato e poi frequentato? Oramai è la mia personale ossessione: un mazzo di fiori, un regalo inatteso, o due mani vuote a significare riempiamocele a vicenda, qualsiasi cosa in cui possa leggere "ti prometto che saremo felici". Per promettere una cosa del genere, bisogna sapersi capaci di guardare ed accettare l'altro per quello che è, senza dargli attributi falsi. Di certo sono stati tutti inadeguati rispetto a questa aspettativa. Per il resto, temo di non riuscire a guardare nient'altro in un uomo, al momento.
Molto dipende anche da me, lo so. Sono un insicuro. Provo sconforto nel sentire da Boston "ti amo", dopo neanche due settimane di conoscenza. Ma questo sconforto, in fondo, riflette il disagio di sapere che anche io potrei, in barba a tutte le mie paranoie sulle "proiezioni proditorie" che sono nemiche della conoscenza profonda, e sono il prologo dell'incarceramento nei ruoli, dire "ti amo" preso dalla smania dello stare bene con qualcuno. La verità è che mi trattengo. Anche dopo tre anni di relazione certi muri non vanno giù.
Sta di fatto che da stasera il caro ranocchio non è più. I brandelli di lui giacciono mesti nel secchio della munnezza. Era il simbolo di quelle serate in cui si apriva un lago di tranquillità, che conteneva dentro il seme della tempesta. Lazzaro fa il bravo marito e l'amorevole amante premuroso, mentre dentro bestemmia per una mancata promessa. Certe situazioni non le posso controllare, e questo mi fa star male.
domenica 8 marzo 2009
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