lunedì 5 gennaio 2009

fenomenologia di un distacco

Uno dei tanti. Ma perchè adesso sento di odiarti, oltrechè amarti?

Oggi sono andato al cimitero per salutare mia nonna. Il 12 di questo mese ricorre un anno dalla sua morte. Questo gennaio mi ha regalato un pomeriggio dalla luce soffusa ma a tratti tagliente sulle lapidi, un arancione con dei riflessi rosati. Il bello di essere daltonici è potersi inventare una fisiognomica dei colori tutta propria, senza che nessuno possa contestarti appigliandosi a dettagli intercondivisibili. Che tempo stupido questo, in cui tutti danno giudizi, in cui tutti vogliono proiettare le proprie assurde aspettative di perfezione sulle sventure altrui. Che chiacchiericcio confuso e stolido, ma cazzo nessuno sta zitto, neanche io mio malgrado.
Invece oggi nella cappella di famiglia regnava un silenzio perfetto. Io cercavo di parlare al fantasma di una donna che mi ha tanto amato, con pazienza e abnegazione, ed accarezzavo la sua foto, e volevo essere dolce. Con il tuo fantasma ci parlo da qualche mese, da quando ti ho lasciato per necessità, ma ci faccio a cazzotti, gli impreco contro e lo mando all'inferno dopo dieci minuti di conversazione.
Lui mi parla con la concitazione che ti è tipica, con i tuoi tic, e avanza le tue solite recriminazioni. Mi dice che sono inadeguato al ruolo di Superman che più di tre anni fa ho promesso di svolgere per te. Ma è tutto ciò che ho di te, perchè quando alzo gli occhi al cielo, un gesto simbolico che significa che mi sento perso e che ho un disperante bisogno di verificare che qualcuno mi segua e mi protegga, l'assenza di te è il rumore cosmico che mi assorda. Perchè non sei stato mai un compagno. Eppure hai continuato a promettermelo fino a poche settimane fa. Anche quando mi ostinavo a dire che non sentivo che fosse avvenuto nessun cambiamento favorevole, che avrei pure voluto, ma non c'erano ancora le condizioni per tornare insieme, e tu intanto lavoravi per sostituirmi...
Poco male davvero, nello spazio siderale di questo buco nero che mi avvolge la tua immagine resta sbiadita, come è sempre stata nei momenti difficili, mentre il graffio che mi hai lasciato sulla pelle brucia da morire.
Ti odio e ti amo. Ti ho lasciato senza concedermi neanche il dono della sofferenza.
Oggi storie di fantasmi. E sentimenti che schizofrenicamente convivono nella stessa testa. Si tratta di necessità e adattamento. E' la follia che cura la follia, come da precetto omeopatico.
Perchè come si può accettare davvero la perdita, la separazione, l'assenza?

Tu e mia nonna mi avete di certo preparato: tu con la tua inguaribile inettitudine, lei con quel lungo decadimento mentale e fisico.
Oggi in cappella cercavo di sussurrarle a mezza voce quanto mi mancava e come mi sentissi adesso. Ho provato anche a recitare un padrenostro ed un avemaria. Roba da far cadere giù la cappella con tutti i gesucristi in croce, eppure di una folle sincerità, fosse anche solo per porgere il mio omaggio a quella donna di fede che sapeva solo dare il bene e il male che aveva in sè.
Ad un certo punto di ciascuna delle due preghiere mi sono interrotto perchè non ricordavo le parole.

Poi silenzio. Uno sguardo attonito. E il silenzio dapprima amico è diventato asfissiante, vuoto com'era delle mie parole mancanti.
E adesso ogni molecola del mio corpo è pervasa dal furore di scrivere. Scrivere per capire, scrivere per trovare l'alfabeto dei miei sentimenti con cui finalmente comporre le mie poesie.
Per trovare parole da alternare al silenzio, quando il silenzio pone delle domande. Che esigono risposte. E se non gliele dai smette di esserti amico, questo fottuto silenzio.
Adesso comincio a fare a cazzotti anche con lui.

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