Ecco che mi mandi un messaggio, una dozzina di giorni fa, alle tre e mezza di notte. Io non vorrei, non vorrei proprio, giuro, turbarmi. Da quando sono diventato così bravo a dilazionare e ritardare il dolore? Alzarmi per leggere, poi cancellare il messaggio con un gesto di disappunto, con la mano che dice "vaffanculo". Il numero di telefono è stato già cancellato, onde evitare tentazioni funeste. Sei l'ultima persona al mondo con la quale vorrei stare, anche solo per parlare. Soprattutto per parlare.
Eppure ti cerco. Ti cerco con la bocca.
L'idea , l'astrazione, il fantasma di te. Quello che sia. Ti cerco.
Sono fuggito. Una lunga corsa a perdifiato, con uno scatto esplosivo delle gambe, pur di mettere una distanza tra di noi. Ripensamenti, certo, ce ne sono stati tanti. L'idea di ritrovarmi con te mi nausea da morire. E sono pieno di disgusto per quello che sei, perchè hai avuto la capacità di annullare ogni senso di noi.
Tu continui a funestare i miei pensieri, e con essi tutto me stesso. All'improvviso mi sento sprofondare in un pozzo di angoscia, e subito mi appare alla mente una qualche immagine grottesca di fantasma. E' questa l'aura della crisi epilettica che è il pensiero di te.
Eppure, in questo immenso totem di spazzatura fetida che rappresenti, io vado cercando ancora un profumo, o qualsiasi altra cosa a te collegata che possa restituirmi un sorriso. L'unico nome che riesco a dare a tutto questo è speranza. Penso che non potrei vivere più senza la speranza di trovare qualcosa di buono in te.
Così cerco sul rullo sbiadito della mia memoria recente. Magari una foto di noi, che come un rosario ardente mi scaldasse le mani, nella stanza al tungsteno della mia anima.
mercoledì 25 febbraio 2009
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