Due settimane fa ho conosciuto un ragazzo. Ero in un locale di Napoli con i miei amici, e mi era venuta la "pazza idea" di proporre a Max un menage a trois. Si sarebbe trattto, probabilmente, solo di un approccio superficiale alla cosa, non credo che lui sarebbe stato veramente disposto ad andare oltre. Così ho individuato la preda - e che brutta parola preda! - e in pochi minuti l'ho agganciata. Il ragazzo ha fatto capire subito che non gradiva la presenza del terzo, il gioco lo aveva divertito, ma voleva passare al dunque. Io e lui.
Presentandolo più tardi ai ragazzi si sarebbe guadagnato il soprannome "Boston", in riferimento ad un mio vaneggiamento dello stesso pomeriggio di sabato, sul fatto che ero stufo di questa rozzezza italiana, e avrei voluto trasferirmi a Boston, città notoriamente tra le più europee ed eleganti d'America.
Diciamolo subito: Boston bisticcia con l'italiano. Però gli ho detto del soprannome e sabato scorso, che era venuto a trovarmi a Roma, in un ristorante di Trastevere ha lasciato sulla tovaglietta di carta una dedica a noi due, indicando come sua provenienza Boston. Che delizia il dono dell'autoironia.
omnia munda mundi
Abbiamo passato un week end a camminare per il centro storico mano nella mano, a mangiare caldarroste a piazza Navona, a baciarci. Spiegarli le opere d'arte sulla strada, fare l'amore davanti allo specchio di camera mia, azzardare improbabili strusci nei bagni di ogni caffè. Domani tornerà da me, col treno.
Oggi guardo questo ragazzo che vuole danzare nella mia vita come il sughero abbandonato alla corrente, sfoltire il superfluo come si spazzano via le foglie cadute nel vialetto di casa. Ha fiducia in me, una fiducia a priori. Spetta a tutti, ed è rinforzata dalle sensazioni condivise, dice. Io sono sorpreso, ma nient'affatto sospettoso. Continuo la mia vita, vado in un teatro pieno di gay, esco con amici. Lui non chiede neanche chi sono ma solo se sono stato bene. E' visibilmente contento.
E, guarda un pò, stranezze della mente - l'ho conosciuto nel posto più squallido, l'ho abbordato nel modo più triviale - Lazzaro distoglie per un attimo lo sguardo dalle ferite: io divento un uomo migliore. Non mi sento migliore, lo sono. Facile, come essere sé stessi.
Aspettative, le chiamerei. Lazzaro è seduto in terra, la schiena appoggiata al muro - giurerei che l'intonaco è corrotto come un affresco etrusco. Non sono lì per riposarmi un attimo, nè per piangermi addosso. E' che le gambe proprio non mi reggono in ortostasi.
E sono un esibizionista: questa posa innaturale, questo punto di vista storto, stanno dicendo "guardami". Sto gridando guardami, e avvicinati. Non toccarmi, solo vieni vicino. Osserva la cosmogonia in miniatura che è scritta sulla mia pelle, alla distanza giusta perchè siamo solo io e te, intimi e drasticamente separati. Se ci fosse una domanda, la risposta sarebbe il mio corpo e la semeiotica di esso.
Il mio corpo non è la prima, bensì l'ultima frontiera. Il punto di approdo di un'euristica folle e sprezzante.
Se il tuo sguardo si soffermerà sulle ferite che bruciano di più, coglierò un indizio nei tuoi occhi. Un'affermazione folle, del tipo: "i frammenti vanno ricomposti nella separatezza".
E spiccherò il volo - nonostante le ossa rotte - per sfangare questo destino pestifero, credendo di aver letto nei tuoi occhi sapienti l'imperativo alzati e cammina.
venerdì 6 febbraio 2009
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